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Andrea Denaro

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Viva il divertimento "sano"

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Ovviamente sarò solo uno delle migliaia di italiani che hanno scritto della loro esperienza in uno stadio americano, ma non riesco a non scrivere questo post. E lo scrivo con la tristezza di una nel cuore.

Oggi ho aderito all'invito di un amico e sono venuto a vedere una partita dei Giants. Gran bella esperienza vedere il baseball per la prima volta. Per altro si tratta di una sorta di derby, se pur amichevole.

Prima differenza: lo stadio è in città ed il traffico non è bloccato. Ci sono 10 poliziotti all'ingresso, non i 10 mila dell'Olimpico.

Entri e ordinatamente le persone si dirigono verso i loro posti. Chiunque può entrare in qualsiasi parte dello stadio, non c'è divisione per settori.

Ti siedi ed inizia l'inno: tutto il pubblico in piedi nel più assoluto silenzio e rispetto, fino a quando, a fine canzone, un applauso scrosciante.

La partita dura più o meno tre ore, quindi non poco. Nel frattempo puoi andare in giro per lo stadio: c'è una parte di spalti, una di shops, una di passeggiata in riva al mare, addirittura una zona di completa ricreazione per bambini, giostre di vario tipo, compreso un campo in miniuatura dove i più piccoli possono provare a fare qualche colpo. Ogni 10 metri un chiosco con tanti tipi di cibo diversi, dal classico hot dog, al cibo Hawaiano. Ed al secondo piano il vip club, aperto a chi paga, non a chi ha l'auto blu.

Ci sono migliaia di persone che camminano ordinatamente. Se per caso ti urtano, di chiedono scusa, se ti cade una monetina ti aiutano a raccoglierla. Non c'e un poliziotto, solo hostess e relativi colleghi maschi. Ci sono zone vietate in cui è vietato sostare: se per caso lo fai, gentilmente e con il sorriso ti chiedono di spostarti. Insomma, incredibile a dirlo, sono tutti molto educati! Anche quelli che non lo diresti mai, con la birra in mano, tatuaggi, orecchini ed un collo più grande del mio bacino.

Una palla finisce fuori campo e nessuno si ammazza per prenderla: si rimane al proprio posto e ci si compliementa con la ha raccolta.

"Inviato da iPad". Già inviato via iPad perché c'è la connessione gratuita in tutto lo stadio.

E poi bambini, tanti bambini. Io mio figlio allo stadio ho paura di portarlo, qui quasi ci sono più bambini che adulti.

Addirittura un'occasione per conoscere persone, parlare del più e del meno; anche di business!

Sarei curioso di sapere a fine giornata il bilancio dell'olimpico e quello dell' AT&T di San Francisco. Panini, gadget, giostre, negozi di ogni tipo. E soprattutto mi chiedo quanto in meno i nostri amici americani spendono per mantenere l'ordine.

Sicuramente questo stadio ti mette di buon umore e venire alla partita è un momento veramente di svago, ma parliamoci chiaro il problema degli stadi italiani sono gli italiani stessi. Pollice in giù per quello che il calcio è diventato, pollice in giù soprattutto per coloro i quali ogni domenica vanno allo stadio a sfogare la loro cattiveria di una vita da repressi.

Ma la dobbiamo finire di far finta di niente e lasciare le cose come stanno, ogni volta che un cretino va allo stadio fa un torto a tutti noi persone normali:

- impedisce a me di andarci con mio figlio
- costa a me ed a tutta la comunità per danni e per la polizia che deve evitare la guerra civile
- ma soprattutto mi costa per il mancato guadagno che uno stadio ben organizzato potrebbe portare alla mia squadra, al quartiere, al valore delle attività intorno allo stadio, etc etc etc

Mi chiedo: uno stadio nella più bella città del mondo, con uno sport splendidamente spettacolare come il calcio, quanto fantastico potrebbe essere? Perché non lo possiamo fare?

In Italia sembra sempre che far funzionare le cose sia così difficile, poi vieni qui e ti accorgi che è banale, è solo un problema di testa e di onestà. Ogni volta che vengo in America ho sempre meno voglia di tornare. E magari spero presto di riuscire a non tornare. P.s. per la cronaca: i Giants stanno perdendo, ma la gente ha pagato il biglietto per divertirsi e quindi la festa all' AT&T Park di San Sfrancisco continua.

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Perché l'app store è un modello vincente

Non è solo molto comodo per comprare tutti i tipi di software possibile, ma è eccezionale la gestione degli aggiornamenti! Ogni settimana l'app viene migliorata e viene introdotta una nuova funzione. L'impressione è che i tuoi 1, 2 o 4 euro che spendi, non solo sono validi per quello che vedi, quello che c'è in quel momento, ma in più ti includono tutto quello che ne seguirà, che non puoi ancora sapere.

Credo che emozionalmente, parlando di acquisto più o meno istintivo, sia un modello geniale. É vero che tanti software integrano da tempo sistemi di aggiornamento integrati, ma non siamo abituati a vedere applicazioni aggiornate una volta ogni due settimane. Più vedo aggiornamenti e più ho l'idea di aver speso bene i miei soldi.
Inoltre anche se non sono al 100% convinto di una app, spesso penso che tanto una o l'altra funzione presto la metteranno. Insomma, la percezione del valore di quello che compro è molto migliore che da qualunque altra parte.
Non è un eccezionale?

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Facebook E' internet, piccola riflessione di #UX

Riflettevo: se in Italia ben oltre la metà delle persone sono attivi su Facebook, di fatto Facebook è LO standard in termini di comunicazione e di interfaccia.

In altri termini quando progettiamo una interfaccia o una esperienza d'uso, non dobbiamo stare le ore per capire come farla al meglio, perché l'utente già ha un modello di interazione, ovvero Facebook.

Un po come è stato per il mouse o per le tastiere.

L'experience migliore si ha con gli strumenti più diffusi, entrati nella cultura dell'individuo.

Se poi Facebook funzionasse anche bene, sarebbe fantastico!

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Comunicazione integrata VS Esperienza integrata (manifesto dell'experiential marketing nell'epoca dell'earned media).

Quanti paroloni!

Il concetto di comunicazione integrata ce lo portiamo dietro da anni. Chi mi segue saprà bene quanto lo trovo superato e demagogico. O meglio: il concetto in se è un concetto sano, ma oggi penso sia molto limitato. Se aggiungiamo a tutto questo il fatto che nel 90% dei casi comunicazione integrata vuol dire solo avere un piano media dove la campagna ATL viene declinata sulla home page di Virgilio…

La Comunicazione Integrata (quella vera, con le maiuscole!) è un'altra cosa. Come tutti sappiamo il web offre oggi un modello di valorizzazione economica della pubblicità mai stato possibile prima.  Inserire il web come HUB di tutte le attività di comunicazione, mirate e non, (Atl, Btl, etc…) permette di introdurre dei KPI omogenei a tutti i canali, valorizzando in tempo reale il ritorno sull'investimento.

Mi affascina il mondo della user experience e credo che il domani della comunicazione vada proprio in quella direzione. 
Se anche guardiamo i modelli organizzativi aziendali, come anche i paradigmi di funzionamento della Rete, si va sempre di più verso servizi orizzontali. Non esistono più compartimenti stagni che parlano tra loro, replicando le stesse funzioni al loro interno, esistono funzioni a servizio di altre funzioni, servizi aperti, in altri termini. Anche tecnicamente ormai è tutto progettato, con la stessa identica logica, on the cloud direbbe qualcuno. 

Perché tutto questo non dovrebbe valere in comunicazione? Non è forse la comunicazione uno specchio dei valori dell'azienda?

Negli anni abbiamo sempre pensato a pubblicità, prodotto, post vendita o customer care come aree separate tra loro, comunicanti, ma separate. Certo, si è sempre cercato di dare continuità al tone of voice, ma ci siamo fermati lì. Aziende come Apple o AberCrombie ci insegnano invece che l’utente deve vivere i valori di brand in ogni singolo punto e momento di contatto. E li deve vivere in maniera coerente. In altri termini è inutile spendere milioni di media televisivo, se poi il call center è inefficiente ed i clienti sono insoddisfatti. 

Soprattutto oggi, nell’epoca dei social media (piccolo esempio negativo).

Perché ancora non lo si è capito? Forse perché le grandi agenzie, che gestiscono i grandi budget, non sono pronte. O forse perché il vero leader in un progetto così non è il capo della comunicazione, ma direttamente il CEO; oppure, se la vogliamo vedere da un altro punto di vista, dovrebbe essere il direttore marketing l'uomo più importante dell'azienda!

Io sogno un cliente che mi dia il mano le chiavi del suo brand.

Intervengo su ogni processo aziendale ed ogni momento di interazione con gli stakeholder siano essi clienti, azionisti o semplici cittadini. 

Porto coerenza nel linguaggio e progetto servizi orientati al cliente.

Razionalizzo la comunicazione con dei servizi centralizzati: non mi interessa il media o il device attraverso il quale l'utente si relazione con l'azienda; l'azienda è una ed unico il servizio di supporto. 

Accompagno il cliente in un viaggio sensoriale perché ogni senso serve a veicolare la percezione del brand e quindi il suo posizionamento, permettendomi poi di fare leve di prezzo e distribuzione.

Non si tratta di raccontare qualcosa, si tratta di vivere un'esperienza. Un'esperienza che dura nel tempo.

La mia guida è una storia che accompagna giorno dopo giorno il fine ultimo delle mie fatiche: il cliente.

Quella che creo è una relazione vera, sincera e coerente.
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recuperariamo la matita durante la progettazione

Noi tutti disegniamo sempre meno e troppo poco. Carta e matita sono il modo più rapido di esprimere le nostre idee e la nostra creatività, eppure passiamo le ore a cercare i programmi più innovativi per rappresentare le nostre idee.

Mi torna in mente la barzelletta su americani, russi e le matite

Il tema è di base è quello di cui parlavo qualche tempo fa: semplificare. Già esprimere un'idea è una cosa complessa, raccontarla e delinearla al meglio ancora di più... Allora perché non usare il modo più facile per farlo?
Pastedgraphic-1
Non si tratta di perdere tempo perché poi andrà ricopiato, o perché ci sono oggetti da ridisegnare; al contrario si tratta di un modo per ottimizzare lo sforzo e l'impegno nel momento più importante della progettazione, liberando peraltro la mente da una fatica aggiuntiva (ovvero come tradurre in comandi informatici le nostre idee) concentrandosi solo sull'idea.

Altri esempi di quello che dico li trovate qui. A chi fosse interessato all'argomento segnalo invece un bel gruppo su Flickr.

(download)
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è finita l'epoca dei social media ed è iniziato il FBweb?

L'annuncio di Open Graph è abbastanza importante. C'è chi dice che addirittura rivoluziona il web.

Effettivamente è interessante per due punti non banali:

a. il numero di utenti di FB che secondo comScore sarebbe oltre i 500 milioni. Ora non ho idea di quanti esattamente siano gli utenti web attivi al mondo, ma credo che siamo una buona maggioranza

b. uscire da dominio FB ed offrire gli stessi servizi durante tutta la navigazione (e magari tutta la giornata).

Ovvero un po' come Google è il contenuti, nel web di oggi FB è l'utente. Sono due mondi, due standard, che si parlano e che rendono essi stessi possibile l'esistenza del web di oggi, o forse di domani. Già perché se per Google è evidente (immaginare di navigare senza Google? Io mi sentirei spaesato…), per FB lo diventerà presto. 

É solo una questione di numeri e di tempo: se sul sito della CNN vedrò le medesime funzioni che vedo dentro FB, avrò la possibilità di interagire con i miei amici, di taggarli, etc. etc.. ben presto si svilupperanno. A questo punto probabilmente ci abitueremo ad usare delle funzionalità social in ogni momento e l'experience della navigazione  cambierà.

Perché proprio FB e non Twitter o altri? Semplicemente perché nessun altro network contiene 500 milioni di utenti. 

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Caro @lucadebiase, giornali on line a pagamento? io non ci credo

Vorrei indirizzare queste due righe al bravissimo Luca De Biase, sul cui blog leggo spesso disperati articoli sul modello di business per l'editoria online. Dico disperati perché, più o meno velatamente, mi sembra che anche Luca lasci trasparire un certo terrore che i giornalisti soffrono, soprattutto quelli che sul e nel web hanno costruito la propria fama: di non riuscire a dimostrare che anche l'editoria elettronica rende.

Luca non è certo l'unico ed infatti l'occasione per parlarne nasce a seguito dell'articolo di Marco Pratellesi sul Corriere, Siamo disposti a pagare per le news online?

Io credo di no. 

Le ragioni che mi spingono ad essere assolutamente scettico sono tante e molto differenti tra loro.

L'editoria così come la conosciamo oggi è un modello di business vecchio centinaia di anni: una redazione che scrive e dei lettori che pagano per leggere gli articoli. Il Web, al contrario, è un contesto assolutamente nuovo: cambia il pubblico, cambiano i tempi, come cambia completamente la modalità di fruizione del contenuto (user experience). Pensare di replicare un modello di business vecchio, in uno scenario nuovo, può rivelarsi fatale.

Non bisogna essere geni dell'economia per dimostrarlo, basta guardarsi indietro e analizzare la storia della televisione. 

Nel 1954 la Rai incominciò le sue trasmissioni. Era una TV pubblica, cui i cittadini pagavano il canone perché considerato di pubblica utilità. Attenzione, non è banale: era un servizio non autosufficiente, ma la società lo riteneva così utile da pagare per averlo, ovvero gli spettatori pagavano gli autori. Era il classico modello editoriale. E sembrava non poter essere diversamente perché, un po' come l'Internet di oggi, era assolutamente antieconomico produrre e diffondere contenuti, tanto che i primi editori privati di un certo spessore, arrivarono circa 20 anni dopo. 

In altri termini  quindi, ci vollero 20 anni dalla prima trasmissione perché si creasse uno scenario sociale ed economico in grado di permettere agli editori di vendere la pubblicità e quindi offrire il servizio gratuitamente ai telespettatori. Insomma, ci vollero 20 anni per pensare e realizzare un modello di business sostenibile. Peraltro il modello televisivo ha molti meno attori in gioco rispetto al web e soprattutto nell'arco degli ultimi 50 anni è cambiato molto poco; il web al contrario negli ultimi 10 anni (su 15 di maturità!) ha cambiato pelle, ed equilibri, più volte.

Quindi credo che dobbiamo dare tempo al tempo e che sia forse presto per aspettarsi una soluzione.  

Non dimentichiamo inoltre di vivere in un periodo storico che vede la stampa nel suo insieme essere in crisi. I giornali di oggi vendono solo tramite gli allegati, lo sanno bene gli addetti ai lavori: chi compra Panorama o l'Espresso ormai compra un film che in regalo ti da il giornale e non certo il contrario! Se poi ci aggiungi che leggere un giornale cartaceo, tenerlo in mano, magari al bar, ha un ché di mitico e tradizionale al tempo stesso, come si può pensare che un lettore sia disposto a pagare online, quello che non è disposto a pagare offline?

Il concetto della user experience è qualcosa che i miei amici editori dovrebbero tenere molto più a mente, sotto tanti punti di vista. La Apple ha insegnato al mondo intero che il web può essere amico della musica, perché ha costruito una experience complessiva appagante e vantaggiosa per l'utente. La musica gratis si trova online oggi come si trovata anni fa, eppure iTunes vende miliardi di canzoni.

L'utente è disposto a pagare quando riconosce nelle cose un certo valore: secondo me quindi il valore, vuoi per l'esperienza legata alla fruizione del contenuto, vuoi per i contenuti stessi, oggi non è così evidente. Ma soprattutto non lo è perché sul web è tutto diverso: è più attendibile una nota politica di Franco sul Corriere o un articolo irriverente su Dagospia? Bella domanda… Quello che offline è infungibile, online è velocemente sostituibile.

Criticare è facile, lo ammetto; mi azzardo allora sull'infido terreno delle previsioni, ma lo faccio in maniera molto sintetica:

a. a tendere è il modello endemol a funzionare. Ovvero produttori di contenuti verticali da un lato, distributori/aggregatori di contenuti dall'altro.

b. miglioramento dell'efficenza dell'ADV online darà respiro ai grandi editori

c. si potranno costruire revenues se basate sui servizi, non solo sui contenuti

In particolare la chiave di volta è sull'ultimo punto. Credo infatti che il valore per l'utente sarà molto più evidente quando iniziamo a ragionare su device innovativi (forse l'ipad) in grado di regalare all'utente una chiara percezione del valore di quello che compra (sempre che questo valore sia ritenuto congruo dall'utente: 45 euro l'anno per abbonarsi al Corriere per iphone mi sembra una follia!). 


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The Wired Tablet App: A Video Demonstration

Veramente interessante. E siamo solo all'inizio!

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La UX disegna l'esperienza e l'esperienza è fatta di sensazioni; il design è solo una parte di essa

Leggo questo interessante articolo su UxMagazine, ma mi sembra che la user experience sia sottovalutata.

Ad esempio nel bel post di cui sopra, ci si dimentica l’importanza della tecnologia. Non so se avete avuto modo di testare, sicuramente sì, i widget di Samsung e/o il DTT (http://www.andreadenaro.com/un-serata-davanti-alla-tv-digitale-sky-vs-dtt) Assolutamente inusabili! E non perché non c’era un bravo IA a progettarli, ma perché tra un “click” e l’altro, sul telecomando, passano i minuti!

Allora il tema da ricordare a tutti è che l’experience, essendo appunto una esperienza, è fatta di emozioni; le emozioni sono sensazioni e come tali stimolano appunto i cinque sensi.

Mi prenderete per matto, ma la più bella user experience del mondo qual'è? Quella di stare con la donna/uomo che amate. La logica, che ci insegna a fare un pezzettino tondo invece che un'altro rettangolare, ma deve essere solo una di parte dei nostri sforzi. Dicono che quando si guarda un film, sia l'audio a determinare il 70% del coinvolgimento dello spettatore. 

Io credo che è il profumo che sento al negozio di Abercrombie a creare la A&F's user experience, e non le frecce che mi guidano alla cassa. 

Fate vobis :-)


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La semplicità è alla base di ogni rivoluzione

Se guardiamo indietro di 10 anni, cos'è che ha veramente cambiato la nostra vita? Le cose più semplici:

- il cellulare (solo per telefonare)
- le email
- gli SMS
- word (95!)
- il mouse
- la homepage di Google
- l'iPod
....

E forse Twitter, che è abbastanza semplice da entrare veramente nelle nostre vite.

La condizione necessaria che una novità deve avere per essere rivoluzionaria è la semplicità.

Andrea Denaro
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