Andrea Denaro

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pensieri

 

Rancore o vendetta?

Piccola riflessione: quanti di noi provano, magari istintivamente, rancore verso qualcuno? Il rancore (a Roma si dice rosicare) probabilmente nasce in coloro i quali avrebbero voluto fare o dire qualcosa e non lo fanno. E si tengono questo magone dentro che si radica e ramifica.

Tuttavia il rancore è quanto di più scemo si possa fare. Davanti ad un problema, ad una sconfitta od ad un nemico o si reagisce subito, nel tempo utile, oppure meglio dimenticare: una volta che la partita è chiusa bisogna girare pagina. 

Certo, ci si può vendicare, ma la vendetta è un'arte antica e difficile: è fatta di tanta pazienza, di sangue freddo e forse anche cinismo, doti che non ben poche persone che conosco hanno veramente. 

Se il cuore ci porta a provare rancore, la mente deve invece puntare alla scelta più intelligente: il rancore inasprisce i rapporti inutilmente, incancrenisce le situazioni, ma soprattutto incupisce anima e morale. E porta al ripetersi di inutili battaglie. Quello che è stato è stato, chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, a dato: il passato non si può cambiare.

Le persone intelligenti non portano rancore, non conviene. 


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L'ipocrisia degli ecologisti

Parliamoci chiaro: ad oggi non esiste un vero modo di ridurre l'impatto ambientale dell'uomo, senza drasticamente cambiare il modello economico mondiale che si è affermato negli ultimi 30 anni, ovvero il capitalismo, anzi il consumismo.

Il problema è che siamo troppi e che vogliamo tutto. Fine. Il resto è solo una grande menzogna: Al Gore da perdente mondiale è diventato leader di una grande tribù di ambientalisti radical chic. Promuove le auto elettriche, ma fare le batterie è peggio di consumare benzina (tra produzione fisica delle batterie, trasporto, acidi vari e smaltimento). E fa un sacco di soldi grazie ad una giusta causa.

Intanto due continenti di plastica stanno riunendosi nel Pacifico spinti dalle correnti mondiali.  

C'è stata l'epoca del metallo, dell'oro… noi viviamo in quella della plastica: la plastica, e quindi il petrolio, è alla base della nostra vita. Qualsiasi cosa facciamo, c'è la plastica: il telefono, la pellicola del prosciutto, la scatola di caramelle, nelle magliette… Addirittura l'acqua è nella plastica. Allora chi se ne frega delle auto elettriche; bandiamo la plastica no? No, perché la plastica cosa poco, è facile da trasportare e fa si che tutti possano avere tutto. 

E poi ci dicono che la più grande causa di inquinamento, più delle macchine , è la m…. di mucca. Ma a chi non piace una buona bistecca? E chi non pensa che sia giusto che ogni uomo sulla Terra abbia il diritto di mangiare la carne?

Quindi non esiste ad oggi una vera politica/soluzione per ridurre sensibilmente l'impatto dell'uomo sull'ambiente. In altri termini viviamo nella green bouble: fa moda, fa tendenza e soprattutto fa fare un sacco di soldi a chi fa green business. Ma fa poco e niente per l'ambiente.

A meno che non bandiamo una cosa: l'uomo!
Andrea Denaro
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Il potere della semplicità

Già da tempo mi faccio portavoce della semplicità, o forse dovrei dire della semplificazione.

Magari il merito lo devo al mio professore di italiano al liceo, tale Frère Erasmo. Non era certo un guru di UX, ma anzi un anziano prete, professore di italiano e latino. Tuttavia i consigli che mi dava, si sono rivelati preziosi: io volevo scrivere concetti sempre più articolati e complicati; lui rispondeva dicendomi di usare le parole e le frasi più semplici possibili. Giusto!

Tempo fa ho letto new kind science, libro di Wolfram che prova a raccontare tutto l'universo attravrso delle semplicissime regole matematiche. La fisica ipotizza che alla base ci sia una unica forza, semplice, che attraversa il tutto. E poi Dio: che lo vedano occhi Cristiani, Arabi o Indiani il concetto di Dio è sempre caratterizzato da una grande semplicità.

Insomma, l'uomo è alla ricerca continua di semplicità, di elementarità.

Sembra ovvio, ma poi giro nella aziende e trovo sempre più mega progetti, sempre più intrecciati, sempre più complessi; e sempre più gente che davanti a questa complessità va totalmente in palla!

Oggigiorno ogni elemento della nostra vita ha un livello di complessità crescente e questo crea spesso un problema nel trovare il giusto comportamento, la giusta reazione.

Nelle aziende, come in famiglia, si perdono ore ed ore in discussioni e problemi sempre più articolati. 

Sbagliato!

Io lo chiamo downgrade: vedo un problema e cerco di eliminare tutti i problemi accessori (tutti i fronzoli direbbe qualcuno) e di scomporre una cosa grande in tanti piccoli problemi elementari. 

La complessità spaventa, disorienta, manda nel pallone; scomporre le cose invece, cercare la strada più semplice, mi aiuta ad avere una visione d'insieme, mi aiuta ad avere chiarezza nella percezione, identificare le vere priorità e trovare la soluzione giusta nel minor tempo. 

Spessissimo problemi che sembrano molto complessi, si scoprono, una volta eliminati tutti i concetti marginali (che alla fine sono praticamente sempre ininfluenti), assolutamente banali! 

Attenzione: quando dico banale non mi riferisco alla criticità del problema, che magari è vitale, quanto alla difficoltà nel trovare una soluzione; quanto costi quella soluzione, o quanto sia delicata, è un altro discorso.

Se avete un problema dunque, se dovete proporre una strategia, se dovete raccontare una storia… fatelo nel modo più semplice possibile. 

P.s. per gli amici del Rome UX Book Club: ecco, questi sono i tipi di argomenti che avrei voluto trovare in un libro dal titolo Mental Models Perché con il prossimo incontro non mi accontentate?  

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breve analisi di un progetto di successo

Ecco un buona... alchimia cliente per avere la possibilità di lavorare ad un progetto che avrà successo:

Il top manager: un po'... megalomane. Del tipo: voglio un cerchio, quadrato a tre angoli. E lo voglio prima di tutti gli altri.

Il manager: c'è una data, un obiettivo, un risultato.

L'esperto: parliamo di massimi sistemi, mentre apriamo Photoshop…

Tutti e tre: maniche rimboccate e giù a lavorare. E tanta passione, se non altro per il risultato.

Può sembrare una follia, ma tantissime volte mi trovo davanti a clienti che hanno paura di osare, di sbagliare, di perdere. La vita è fatta anche di sconfitte, come di trionfi. Ma chi non punta in alto, molto in alto, non emergerà mai.

Tutti i grandi uomini sono un po' megalomani, fanno grandi sogni; anche i grandi manager lo devono essere. 

E' come il superenalotto: se non giochi, non vinci.

E allora, insegniamo ad i nostri clienti a giocare di più.

Andrea Denaro

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il problema dell'immigrazione in Italia è molto più complesso di quello che sembra

Sentivo qualche giorno fa che chi emigrò negli Stati Uniti aveva voglia di patria: voglia di trovare una nuova casa, di integrarsi, magari di soffrire di nostalgia verso l'Italia, ma sentirsi a tutti gli effetti Americano.

Il problema di chi arriva in Italia è che l'Italia non è una patria. Non è un caso che l'Italia è il paese dei mille (?) campanili: grandi individualità, scarsissima identità nazionale. Le ragioni, come è noto, sono da ricercarsi nella storia di un paese che geograficamente era tale (ma neanche tanto, visto la lunghezza e varietà dello stivalone), ma che solo da pochi anni lo è politicamente parlando.

Ed effettivamente a tutt'oggi sono abissali le differenze tra nord e sud: di lavoro, di tempi, di clima, di lingua, di cultura… di tutto. Abissali. 

Dall'altra parte poi cosa abbiamo? Abbiamo le fasce più deboli ed a rischio di paesi già malmessi in partenza: gente che è costretta non tanto e non solo a dei sacrifici immensi per venire qui, ma che già viveva una vita di stenti nel proprio paese, abituata ad accettare a dei compromessi importanti pur di sopravvivere; gente abituata ad arrangiarsi alla meno peggio, spesso costretta ai margini della società e della legalità, i cui principi morali si sono scontrati con la necessità di mettere qualcosa sotto ai denti.

Non è gente cattiva per dna, ma spessissimo gente abituata a vivere, anzi a sopravvivere secondo una filosofia del mors tua vita mea.   

Se tu prendi questo tipo di persone e le metti in un paese dove le regole sono tutt'altro che chiare, dove si dice fatta la legge, pensato l'inganno, dove non esistono strade maestre di convivenza civile, dove la mafia degli uomini d'onore ricopre il ruolo di Stato… bhè il risultato è esplosivo! Ed è sotto gli occhi di tutti: gli Italiani che lottano per diventare giorno dopo giorno contro uno Stato pachidermico ed il Mondo digitale; dall'altra parte, una massa informe di persone che vivono in un paese parallelo, dove si perdono regole, identità e civiltà. 

Il fermento culturale multietnico che si vive nelle altre metropoli del mondo (New York, Londra, ma anche Buenos Aires, Sidney e Singapore) è qualcosa che mi affascina profondamente: New York è un pianeta intero concentrato in una città: puoi girare tutte le culture del mondo passando da una fermata all'altra della metropolitana, provando odori e sapori che sono lontani migliaia di chilometri, dove si creano nuove forme ed idee; a Roma, a parte il fatto che non c'è la metro, ti cambia solo il colore della tovaglia perché tanto mangi solo pizza e matriciana

L'immigrazione è un fenomeno che non solo non va bloccato, ma va anzi alimentato puntando a meno operai e più laureati! (pensiamo a quanto hanno fatto i nostri emigrati in USA!) Ma oggi, per le ragioni di cui sopra è dunque impossibile.

La colpa non è quindi nel dna di queste persone, ma nella sbiadita identità culturale di questo paese che provoca una totale assenza di regole di convivenza civile. Prima di accogliere dunque nuovi concittadini, dovremo iniziare noi stessi a sentirsi orgogliosamente e chiaramente Italiani. 

Andrea Denaro




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today problem with e.democracy and political communities (part 1)

A few years ago I spent a lot of time thinking how democracy could be evolved by the Internet and how this evolution could impact on our society.

In Italy we have a very bad situation in terms of real democracy and the guilty is not Berlusconi, as everybody all around the world could think, but the entire political class. Nowadays a citizen is not free to candidate himself for the Parliament, but parties are the only authorized to choose candidates. In this way Italian politicians found a way to close access to politic to people not compliant with the System: in Italy politic is just for friends and for friends of friends. In this way Representatives count nothing and the power is strictly detained by the heads of the parties. 

That was why I started to thing about how to change this situation. 

My studies began from what Democracy means and which was the models already known or proposed. I found very interesting and fascinating the Deliberative one, a trade-off between direct democracy and representative, used today in most countries. Also if today, thanks to technical innovations, could be possible to get people real time participation, the completely direct model would be absolutely impracticable in a big society. The deliberative one seemed more affordable to me, but in a second time I also left that approach to get back to a mixed way, depending on cluster size (give me one second, then I will introduce my concept of cluster).

It was autumn 2007 and Facebook was breaking out as 'The' social network; its first apps was just coming out to global success and Twitter was almost a geek phenomenon.

The list of the most interesting web sites that I found in that occasion is here

(Today, after two years, I've given a look for interesting and revolutionary system again: probably people is tired about politics, especially during an economic crisis as we are living now, or probably Politicians don't want their business involved in a web evolution, but it seems that nothing really new has come.)

Analyzing all those experiments I found two major approach: communities and website that aim to substitute, completely or partially, the real political system and those ones that took the activism approach. 

In my opinion both of them were wrong.

First mistake: most of them are not 2.0, they try to create new communities closed into singular websites. They should be completely integrated in existent devices, platform, identities, social networks, and not try to create new ones.

Second mistake: declare war to real politic! Is simply unthinkable that we will ever have a sort of net revolution that overthrow governments wherever in the world, neither in a country like Congo! Politicians are clever and their best skill is to remain attached to their seats as we would say in Italy. Those projects must be integrated in the real world, being a sort of opportunity also for real politicians.

Third mistake: many of them are too complex. We are not lawyers,  we are not senators, we are just citizen interested in our lives.

Fourth (and last) mistake: many of them are too generic, idealist or related to the Highest Systems of the world. First of all we are interested in our everyday and nearest problems, then we think of what will impact on our lives in the next decades.

So the idea of Cluster came to my mind. And what tow years ago seemed scifi, today is absolutely feasible.

Is not to ask people to enter a new community or stay all day tuned to analyze every bill that comes to the national Congress; is to give people the way to interact with other citizens that have similar needs, organizing themselves and then decide. 

Is to make cluster of people and give the instruments to organize their voice.  A crowd of people has no voice, it just make noise; an organized crowd become a movement, become a lobby, become a strong voice.

We already live in clusters (cities, regions, nations, etc…) but most of them are simply based on geography, and our democracy model is build on that. It's just that those clusters are old, are useful for a non-digital world. 

The way to rethink nowadays democracy starts from the way we cluster our needs and our interests. I imagine a sort of dynamic matrix that match my informations with all other citizens and create groups of people based by real need. And just then try to interact with me.

Let me give an example. Probably all my neighbors are in Facebook, but actually I can't know that. Otherwise I would probably ask their opinions on many ideas and suggestions and we would probably organize ourselves in a group of people to gain discounts for utilities, or organize for a local security service and many other opportunities. 

It's my neighborhood, and it's just one cluster! Then, what about myself as a father, as an entrepreneurs, golf player and so on? I'm not interested in any bill in national and local Parliaments, but I would like to influence some of them and I would like to easily find people with the same needs to make my voice stronger! 

[end of part one - second part is planned within next week - subscribe this blog or follow me on Twitter]

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Se vincere è un problema (mentre mia figlia se la ride)

In una di quelle piacevoli nottate in cui figlia, ridacchiando, scambia la notte per il giorno...

Sono rimasto molto stupido quando, vedendo l'andamento dei titoli delle squadre di calcio, ho scoperto che il giorno dopo la vittoria del campionato le aziono scendono. Salgono, salgono, salgono man mano che si arriva all'ultima giornata, ma poi dopo la vittoria crollano.

Prendiamo il nuovo libro di Dan Brown: the lost simbols. Per quanto siano stati bravissimi a preparare il lancio, è ancora li sul tavolo, in attesa di essere iniziato, da circa 10 gg. E dopo una sola settimana è stato sclazato dal primo posto in classifica.

Perché ripetersi è difficile. Vincere una volta è "facile"; due è difficile; tre impossibile.

Andrea Denaro
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il valore della conoscenza nel 2010 è pari a zero

Titolo volutamente provocatorio, ma problema reale.

Già tempo fa notavo come la Rete, diffondendo la conoscenza in tutto il mondo, abbatte ogni barriera: processo lento, ma inarrestabile; processo che Twitter sta velocizzando notevolmente.

Mi chiedo allora: qual'è il valore della conoscenza nel 2010?

Zero! Di fatto è una commodity. Qualsiasi persona può sapere qualsiasi cosa in qualsiasi momento. 

Lasciamo un momento da parte la ricerca (fanta)scientifica e milionaria di governi e grandi corporate e caliamoci invece nella vita reale. Fino a ieri il valore della cultura e della conoscenza era altissimo e discriminante, ma oggi non ha quasi senso. Non esiste un vero vantaggio competitivo tra chi ha passato anni sui libri e chi invece ha una veloce connessione ad internet.

(Incredibilmente oltre ad abbattere ogni barriera sociale ed economica, tutto questo ha una sorta di aspetto darwiniano, perché favorisce i più scaltri, i più intelligenti, i più fortunati alla nascita: a parità di strumenti, vince chi è più dotato.)

Quindi io sto qui, passo le ore davanti al computer per capire, sapere e scoprire gli ultimi trend… 10 minuti prima degli altri. Non anni, neanche settimane… 10 minuti prima!!! Il valore del tempo che ho speso per cercare quella informazione è dunque bassissimo.

Mi chiedo questo per sapere come faccio, io che sono un imprenditore ed un manager, a vincere nell'economia globale. Dov'è allora l'eccellenza? L'eccellenza non è più nel sapere, ma nel saper usare

Vince chi, velocemente, riesce a creare degli schemi che combinano le informazioni in nostro possesso fino a crearne di nuovi.

Da un lato più filosofico ed astratto, le conclusioni sono altre.

Alla fine di tutto questo (contorto) ragionamento mi torna in mente Seth Godin, che poi tanto consumato forse non è, ed il suo libro Tribes: i valori nel mondo di oggi sono i valori all'interno di un network, non quelli di una singola persona. 

Non è importante sapere, ma apparire: non perché la cultura non conta (quelli erano gli anni 80), ma perché è data per scontata. 

Una qualsiasi rete porta vantaggi a tutti i suoi componenti, d'altronde non ne faremmo parte. Ma è chi sta al centro della rete, o in cima alla piramide, che ne trae i vantaggi maggiori. I valori di autorevolezza, di credibilità, di visibilità sono i vantaggi competitivi del mondo di oggi.  

Mi torna in mente Twitter come perfetta rappresentazione di questo sistema.

Un modello molto sano ed assolutamente meritocratico, perché sono valori che si guadagnano solo sul campo.

Tutto ciò per arrivare a concludere che la Rete ha ormai corrotto alla radice i modelli sociali e culturali nei quali viviamo e con i quali interagiamo e che ogni attività odierna deve essere necessariamente pensata secondo nuovi paradigmi che sfruttano a pieno questi modelli.

Magari tra qualche giorno riesco anche ad essere più chiaro: ho un sacco di idee in testa, una incastrata nell'altra!


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Anche nel malaffare la classe fa la differenza

Nessuno può immagginare che in 50 anni Giulio Andreotti, uomo più potente d'Italia, non abbia raccomandato nessuno, anzi...

Eppure ha sempre mantenuto un profilo bassissimo, schivo ed essenziale, nonostante abbia ricoperto le più importanti ed esposte cariche dello Stato. Ma Andreotti è un uomo di cultura, di classe... Ed è intelligente, molto molto intelligente.

Leggo oggi del figlio di Mastella che ha voluto Baglioni a cantare ai 600 ospiti del suo matrimonio. Ecco la differenza tra chi non ha classe (e forse non ha neanche ritegno): il classico caso del poverello che improvvisamente guadagna dei soldi e questi gli danno alla testa, credendosi onnipotente. Ma come si fa a pensare che con lo stipendio di un parlamentare, per quanto cospicuo, si possa fare un matrimonio da nabbabo? Io sono stato a matrimoni del genere, ma erano grandi imprenditori, con patrimoni importanti, visto che l'investiemento era di centinaia di migliaia di euro (spesi per un solo giorno di vita!). Senza contare che è una cosa politicamente stupida, dato che poi vai a chiedere il voto alla povera gente.

Queste sono le persone più pericolose, non perché "intrallazzano" più degli altri, ma perché non hanno ritegno, come degli stupidi totali.

E come diceva mio nonno : è degli stupidi che devi aver paura, perché sono incontrollabili ed imprevedibili.

Andrea Denaro
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http://www.google.com/profiles/Andrea.Denaro

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WHY yatch rompe gli schemi.

Questo è Why 58, un'isola galleggiante, uno yatch unico nel suo genere che rivoluziona il modo di pensare la nautica.

Luca Bassani è uno che sa rompere gli schemi e crearne di nuovi.

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