mappe mentali su IPAD

Con grande gioia ho trovato un semplice e ben funzionante strumento per creare mappe mentali su iPad: Mindnode. So che esiste anche una versione desktop che però non ho mai provato visto che mi trovo egregiamente con FreeMind, una applicazione molto molto semplice che però svolge egregiamente il suo lavoro.

Anche Mindnode è veramente semplice e proprio per questo molto usabile. 

La cosa interessante è che hanno previsto un modo per sincronizzare i file tra device mobile e desktop.

Non male affatto!

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quando le nuvole portano il bel tempo, ovvero the power of cloud computing

Chiamiamolo web 2.0, chiamiamolo cloud computing, chiamiamolo come vi pare.

Oggi vi porto alcuni piccoli esempi di come il mio modestissimo mondo sta cambiando. La novità non sono i programmi che mi seguono, ma i contenuti. 

Mi spiego meglio: da quando ho comprato l'iphone mi sono preoccupato di creare delle sincronie tra le informazioni che avevo sul telefono e quelle che avevo sul computer. Ho cercato di fare in modo che questa sincronia fosse più semplice possibile ed assolutamente wireless, ovvero che non mi obbligasse a nessun tipo di connessione.

Con le mail è una vecchia storia, grazie al protocollo IMAP. Quindi ho semplicemente scelto un buon servizio IMAP (Google) che ho poi esteso a tutta dnsee. Anche piuttosto comune sono la rubrica e l'agenda (uso MobileMe): in pratica sul mio telefono, ipad, computer e web tutte le informazioni sono perfettamente allineate.  

La novità vera è che oggi anche tutto il resto si sincronizza velocemente, facilmente e senza costi.

Ad esempio gli RSS che sono uno strumento molto utile per tenersi informati. Centralizzando la sottoscrizione dentro google reader mi è bastato aggiungere dei client quali Gruml (thank to @mak_2_5) o NetNewsWire sul laptop, e NewsRack per avere sempre aggiornati i miei feed: aggiungo un nuovo feed dentro uno di questi, automaticamente lo trovo anche negli altri; se leggo un articolo, lo trovo poi letto da tutte le parti. Non male! Perché in questo modo posso sfruttare i ritagli di tempo per tenermi aggiornato e non dover riprendere da zero il lavoro quando cambio postazione.

E che dire poi di Dropbox: su qualsiasi device ritrovo la cartella dei file importanti e la posso condividere con i miei contatti. Oppure Instapaper e Diigo che mi permettono di portarmi dietro i miei bookmark.

Sicuramente si potranno aggiungere a questa lista una sfilza di servizi che non ho citato e/o che sono migliori dei miei. Ma non è l'applicazione in se che conta, ma la vita che cambia.

In pratica da dove e quando accedo alla rete non interessa più: i miei servizi sono lì, pronti per me. E questo è molto utile per gli imprevisti e per, come dicevo prima, poter sfruttare momenti della giornata altrimenti persi.  

In qualche modo è la vera essenza della rete: non serve pianificare le cose; le informazioni sono lì, sempre e comunque. É la mia vita che mi segue. Online. 

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piccole, anzi grandi soddisfazioni della vita

Oggi in dnsee abbiamo ben tre mascotte presenti: 5 anni, 9 mesi e 5 mesi! Ed un paio che ci aspettano a casa.

Creare un gruppo e vederlo poi crescere (nel senso più concreto del termine) è veramente una bella soddisfazione! 

p.s. a dirla tutta io ho contribuito con due su 5 :-)

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perché essere d'accordo sul caro benzina? ve lo spiego io

Come al solito quando si pensa al caro benzina partono (condivisibili) antipatie verso le compagnie petrolifere, accusate di voler fare profitti oltre ogni limite e sulle spalle della povera gente. Compagnie che, peraltro, sono anche oggetto di pesanti attacchi ecologisti: considerate il peggio del peggio insomma. 

Poi però leggi cose che già sai e cioè che in realtà in Italia esiste un solo grande benzinaio, ed è lo Stato, che ogni anno incassa decine di miliardi di euro alle nostre spalle.  E più che alle faccia delle petrolifere, direi alla faccia dei poveri (bhè, non tutti poveri) benzinai d'Italia.

Direi quindi che siamo davanti al perfetto caso di rivolta popolare, di ingiustizia. Anche perché non solo questi soldi finiscono nella casse dello Stato, impennando, e non di poco, il carico fiscale che grava su ognuno di noi (c'è chi dice che con le imposte indirette, tipo questa, arriviamo al 70% del reddito annuo), ma per di più vanno a finanziare una Cosa Pubblica piena di sprechi, inefficienze e nefandezze varie.

Però è proprio in contesti come questi, che gli schemi vengono rotti e si inventano soluzioni innovative, rivoluzionarie. Allora escono nuove auto che consumano meno (inquinano meno); si pensano a fonti energetiche alternative (oltre all'inquinamento, mettono in moto anche l'industria creando nuovi posti di lavoro); si usano di più i mezzi pubblici, etc…

O se prima si usava la macchina anche per andare al bagno, adesso si fa una bella passeggiata. E quindi si liberano le strade, migliora l'aria e migliora la nostra vita. 

Tutto questo per dire che spesso siamo così abituati a dare per scontato qualcosa (un modello di comportamento), da non riuscire a vedere un mondo diverso. Alle volte quindi ci sono situazioni negative che servono però a farci aprire gli occhi.

Insomma, io dico sempre: se guardi bene una spina, magari ti accorgi che da qualche parte di porta alla sua rosa.    

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I videogiochi come terapia per le malattie mentali (o comunque al posto dell'analista)

Sto giocando a Heavy Rain per PS3. Sarà perché gioco di sera tardi (una volta messi a letto moglie e pargoli); sarà perché gioco su un 50" (thanks to Diego!), sarà perché non giocavo alla PS da anni; sarà quel che sarà, ma devo dire che è veramente coinvolgente! Non riesco proprio a staccare la spina e mi rammarico se qualcosa va storto. Non sparo, non salto, non alzo le mani su nessuno: vivo semplicemente la storia dei protagonisti.

Da sempre cerco di rompere gli schemi, non fermandomi ai preconcetti ed alle apparenze. Proprio per questo ho trovato veramente molto interessante un libro di Steven Johnson, Tutto quello che ti fa male ti fa bene che rompe il luogo comune sulla dipendenza da videogiochi, tv, etc…

Ragionando su Heavy Rain vado oltre. Io mi sento partecipe del dramma del povero Ethan e con lui cerco di districarmi tra i vari livelli tentando di redimerlo. Ringraziando il cielo ho (quasi) tutte le rotelle a posto, ma cosa succederebbe ad una persona che ha dei problemi, soprattutto legati alla psiche, che non riesce a risolvere? Ci sono tante terapie ed io sicuramente non sono esperto in materia, ma tutti conosciamo Freud, l'ipnosi, etc…

Allora mi chiedo: non potremmo iniziare a ragionare sull'uso di questi strumenti per permettere alle persone di risolvere i propri problemi? Spesso e volentieri infatti le nostre ansie e nevrosi sono date da problemi irrisolti nel nostro passato. Oggi, grazie al realismo di questo genere di strumenti, potremmo rivivere il nostro passato, o comunque contesti molto simili, modificandone però il finale. 

Ad esempio: come reagirebbe una bambina che ha subito violenza da piccola, rivivendo una scena simile dove però riesce a dominare, se non peggio, il suo carnefice? Vivrebbe una sorta di liberazione dal male che la opprime, una sorta di rivincita?

Ho fatto una breve ricerca in rete ed ho scoperto un mondo di sperimentazione che non mi aspettavo. Ad esempio giochi molto più banali, tipo asteroid, usati contro l'autismo. E siamo solo all'inizio. Anche il concetto stesso di giocare alla console era fino ad oggi totalmente sedentario; la wii ci ha dimostrato invece che non è così (mio figlio di 5 anni dopo 30 minuti che gioca è sudato fradicio!)

Magari tra 10 anni invece di andare in farmacia a comprare le medicine, il medico ci manderà da gamestop prescrivendoci 10 minuti di lemmings. 

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Rancore o vendetta?

Piccola riflessione: quanti di noi provano, magari istintivamente, rancore verso qualcuno? Il rancore (a Roma si dice rosicare) probabilmente nasce in coloro i quali avrebbero voluto fare o dire qualcosa e non lo fanno. E si tengono questo magone dentro che si radica e ramifica.

Tuttavia il rancore è quanto di più scemo si possa fare. Davanti ad un problema, ad una sconfitta od ad un nemico o si reagisce subito, nel tempo utile, oppure meglio dimenticare: una volta che la partita è chiusa bisogna girare pagina. 

Certo, ci si può vendicare, ma la vendetta è un'arte antica e difficile: è fatta di tanta pazienza, di sangue freddo e forse anche cinismo, doti che non ben poche persone che conosco hanno veramente. 

Se il cuore ci porta a provare rancore, la mente deve invece puntare alla scelta più intelligente: il rancore inasprisce i rapporti inutilmente, incancrenisce le situazioni, ma soprattutto incupisce anima e morale. E porta al ripetersi di inutili battaglie. Quello che è stato è stato, chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, a dato: il passato non si può cambiare.

Le persone intelligenti non portano rancore, non conviene. 

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L'ipocrisia degli ecologisti

Parliamoci chiaro: ad oggi non esiste un vero modo di ridurre l'impatto ambientale dell'uomo, senza drasticamente cambiare il modello economico mondiale che si è affermato negli ultimi 30 anni, ovvero il capitalismo, anzi il consumismo.

Il problema è che siamo troppi e che vogliamo tutto. Fine. Il resto è solo una grande menzogna: Al Gore da perdente mondiale è diventato leader di una grande tribù di ambientalisti radical chic. Promuove le auto elettriche, ma fare le batterie è peggio di consumare benzina (tra produzione fisica delle batterie, trasporto, acidi vari e smaltimento). E fa un sacco di soldi grazie ad una giusta causa.

Intanto due continenti di plastica stanno riunendosi nel Pacifico spinti dalle correnti mondiali.  

C'è stata l'epoca del metallo, dell'oro… noi viviamo in quella della plastica: la plastica, e quindi il petrolio, è alla base della nostra vita. Qualsiasi cosa facciamo, c'è la plastica: il telefono, la pellicola del prosciutto, la scatola di caramelle, nelle magliette… Addirittura l'acqua è nella plastica. Allora chi se ne frega delle auto elettriche; bandiamo la plastica no? No, perché la plastica cosa poco, è facile da trasportare e fa si che tutti possano avere tutto. 

E poi ci dicono che la più grande causa di inquinamento, più delle macchine , è la m…. di mucca. Ma a chi non piace una buona bistecca? E chi non pensa che sia giusto che ogni uomo sulla Terra abbia il diritto di mangiare la carne?

Quindi non esiste ad oggi una vera politica/soluzione per ridurre sensibilmente l'impatto dell'uomo sull'ambiente. In altri termini viviamo nella green bouble: fa moda, fa tendenza e soprattutto fa fare un sacco di soldi a chi fa green business. Ma fa poco e niente per l'ambiente.

A meno che non bandiamo una cosa: l'uomo!
Andrea Denaro

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Il potere della semplicità

Già da tempo mi faccio portavoce della semplicità, o forse dovrei dire della semplificazione.

Magari il merito lo devo al mio professore di italiano al liceo, tale Frère Erasmo. Non era certo un guru di UX, ma anzi un anziano prete, professore di italiano e latino. Tuttavia i consigli che mi dava, si sono rivelati preziosi: io volevo scrivere concetti sempre più articolati e complicati; lui rispondeva dicendomi di usare le parole e le frasi più semplici possibili. Giusto!

Tempo fa ho letto new kind science, libro di Wolfram che prova a raccontare tutto l'universo attravrso delle semplicissime regole matematiche. La fisica ipotizza che alla base ci sia una unica forza, semplice, che attraversa il tutto. E poi Dio: che lo vedano occhi Cristiani, Arabi o Indiani il concetto di Dio è sempre caratterizzato da una grande semplicità.

Insomma, l'uomo è alla ricerca continua di semplicità, di elementarità.

Sembra ovvio, ma poi giro nella aziende e trovo sempre più mega progetti, sempre più intrecciati, sempre più complessi; e sempre più gente che davanti a questa complessità va totalmente in palla!

Oggigiorno ogni elemento della nostra vita ha un livello di complessità crescente e questo crea spesso un problema nel trovare il giusto comportamento, la giusta reazione.

Nelle aziende, come in famiglia, si perdono ore ed ore in discussioni e problemi sempre più articolati. 

Sbagliato!

Io lo chiamo downgrade: vedo un problema e cerco di eliminare tutti i problemi accessori (tutti i fronzoli direbbe qualcuno) e di scomporre una cosa grande in tanti piccoli problemi elementari. 

La complessità spaventa, disorienta, manda nel pallone; scomporre le cose invece, cercare la strada più semplice, mi aiuta ad avere una visione d'insieme, mi aiuta ad avere chiarezza nella percezione, identificare le vere priorità e trovare la soluzione giusta nel minor tempo. 

Spessissimo problemi che sembrano molto complessi, si scoprono, una volta eliminati tutti i concetti marginali (che alla fine sono praticamente sempre ininfluenti), assolutamente banali! 

Attenzione: quando dico banale non mi riferisco alla criticità del problema, che magari è vitale, quanto alla difficoltà nel trovare una soluzione; quanto costi quella soluzione, o quanto sia delicata, è un altro discorso.

Se avete un problema dunque, se dovete proporre una strategia, se dovete raccontare una storia… fatelo nel modo più semplice possibile. 

P.s. per gli amici del Rome UX Book Club: ecco, questi sono i tipi di argomenti che avrei voluto trovare in un libro dal titolo Mental Models Perché con il prossimo incontro non mi accontentate?  

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breve analisi di un progetto di successo

Ecco un buona... alchimia cliente per avere la possibilità di lavorare ad un progetto che avrà successo:

Il top manager: un po'... megalomane. Del tipo: voglio un cerchio, quadrato a tre angoli. E lo voglio prima di tutti gli altri.

Il manager: c'è una data, un obiettivo, un risultato.

L'esperto: parliamo di massimi sistemi, mentre apriamo Photoshop…

Tutti e tre: maniche rimboccate e giù a lavorare. E tanta passione, se non altro per il risultato.

Può sembrare una follia, ma tantissime volte mi trovo davanti a clienti che hanno paura di osare, di sbagliare, di perdere. La vita è fatta anche di sconfitte, come di trionfi. Ma chi non punta in alto, molto in alto, non emergerà mai.

Tutti i grandi uomini sono un po' megalomani, fanno grandi sogni; anche i grandi manager lo devono essere. 

E' come il superenalotto: se non giochi, non vinci.

E allora, insegniamo ad i nostri clienti a giocare di più.

Andrea Denaro

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il problema dell'immigrazione in Italia è molto più complesso di quello che sembra

Sentivo qualche giorno fa che chi emigrò negli Stati Uniti aveva voglia di patria: voglia di trovare una nuova casa, di integrarsi, magari di soffrire di nostalgia verso l'Italia, ma sentirsi a tutti gli effetti Americano.

Il problema di chi arriva in Italia è che l'Italia non è una patria. Non è un caso che l'Italia è il paese dei mille (?) campanili: grandi individualità, scarsissima identità nazionale. Le ragioni, come è noto, sono da ricercarsi nella storia di un paese che geograficamente era tale (ma neanche tanto, visto la lunghezza e varietà dello stivalone), ma che solo da pochi anni lo è politicamente parlando.

Ed effettivamente a tutt'oggi sono abissali le differenze tra nord e sud: di lavoro, di tempi, di clima, di lingua, di cultura… di tutto. Abissali. 

Dall'altra parte poi cosa abbiamo? Abbiamo le fasce più deboli ed a rischio di paesi già malmessi in partenza: gente che è costretta non tanto e non solo a dei sacrifici immensi per venire qui, ma che già viveva una vita di stenti nel proprio paese, abituata ad accettare a dei compromessi importanti pur di sopravvivere; gente abituata ad arrangiarsi alla meno peggio, spesso costretta ai margini della società e della legalità, i cui principi morali si sono scontrati con la necessità di mettere qualcosa sotto ai denti.

Non è gente cattiva per dna, ma spessissimo gente abituata a vivere, anzi a sopravvivere secondo una filosofia del mors tua vita mea.   

Se tu prendi questo tipo di persone e le metti in un paese dove le regole sono tutt'altro che chiare, dove si dice fatta la legge, pensato l'inganno, dove non esistono strade maestre di convivenza civile, dove la mafia degli uomini d'onore ricopre il ruolo di Stato… bhè il risultato è esplosivo! Ed è sotto gli occhi di tutti: gli Italiani che lottano per diventare giorno dopo giorno contro uno Stato pachidermico ed il Mondo digitale; dall'altra parte, una massa informe di persone che vivono in un paese parallelo, dove si perdono regole, identità e civiltà. 

Il fermento culturale multietnico che si vive nelle altre metropoli del mondo (New York, Londra, ma anche Buenos Aires, Sidney e Singapore) è qualcosa che mi affascina profondamente: New York è un pianeta intero concentrato in una città: puoi girare tutte le culture del mondo passando da una fermata all'altra della metropolitana, provando odori e sapori che sono lontani migliaia di chilometri, dove si creano nuove forme ed idee; a Roma, a parte il fatto che non c'è la metro, ti cambia solo il colore della tovaglia perché tanto mangi solo pizza e matriciana

L'immigrazione è un fenomeno che non solo non va bloccato, ma va anzi alimentato puntando a meno operai e più laureati! (pensiamo a quanto hanno fatto i nostri emigrati in USA!) Ma oggi, per le ragioni di cui sopra è dunque impossibile.

La colpa non è quindi nel dna di queste persone, ma nella sbiadita identità culturale di questo paese che provoca una totale assenza di regole di convivenza civile. Prima di accogliere dunque nuovi concittadini, dovremo iniziare noi stessi a sentirsi orgogliosamente e chiaramente Italiani. 

Andrea Denaro




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