Andrea Denaro

Andrea's posterous 
Filed under

economia

 

La ricerca driver dell'economia

E' notoria la situazione della ricerca in Italia.
 
Giusto oggi leggevo un articolo su Business Week nel quale si sostiene che la scienza può creare millioni di nuovi posti di lavoro negli USA.
 
Effettivamente, si spiega nell'articolo, nel secolo scorso l'america ha pesantemente investito in maniera aggressiva nell'innovazione, come ad esempio nella corsa allo spazio ed in comunicazione.
 
Ne hanno beneficiato settori chiave, producendo poi compagnie come la Bell, IBM ed infrastrutture del calibro di Internet, rendendo gli USA l'economia dominante della scena mondiale.
 
Ricollegandomi ad un mio precendete post nel quale sostenevo che la diffusione orizzontale della conoscenza cambierà addirittura l'ordine mondiale, leggere questo articolo non fa altro che rinnovare in me la convinzione che questo paese dovrebbe essere solo una grande Disneyland turistica. D'altro cante sempre in un altro post (sono su iPhone e non riesco a linkarli) sostenevo che non ci sono gruppi industriali in grado di finanziare l'innovazione su larga scala.
 
Ma la ricerca, al giorno d'oggi, è il motore dell'economia. Non ci sono più barriere ed il vantaggio competitivo è sempre e solo una questione di tempo.
 
Essendo tra le prime 8 economie del pianeta, i soldi ci sarebbero pure, ma sono sempre gestiti politicamente come leva di potere. (Chiaramente questa classe politica è rappresentazione del popolo e quindi della nostra cultura quindi prima di tutti dobbiamo prendercela con noi stessi).
 
Credo quindi che questo tipo di fondi non dovrebbero essere affidati, come sono oggi, a politicanti di lungo corso, ma a manager competenti in grado di portare avanti, a braccetto con le imprese, progetti concreti in grado di dare un sicuro ritorno economico al sistema paese nel suo complesso.
 
Ecco: forse i soldi andrebbero investiti chiraramente in questo senso. Immagginiamo per un secondo di eliminare le Provincie ed i fondi per l'agricoltura (conosco gente che ci vive alla grande senza fare niente dalla mattina alla sera!) e girare i vari miliardi di euro alla ricerca: già avremmo almeno triplicato i soldi a disposizione.
 
Non credo che ci siano altre strade per rimetter in moto la macchina economica. L'unico modo è investire pesantemente nella ricerca.
 
P.s. parlavo in maniera quasi dispregiativa della Disneyland turistica che l'Italia dovrebbe diventare. Non credo affatto che sia un male, anzi la considero l'opportunità più concreta che questo paese ha per sfruttare al meglio le sue risorse (uniche al mondo). Dovremmo assolutamente investire in infrastrutture turistiche stile Disneyland: ordinate, pulite, puntuali e... macina soldi! Magari prima o poi ci scrivo qualcosa.
 
Andrea Denaro
-------------------------------------
http://www.google.com/profiles/Andrea.Denaro
 
Sent by iPhone

Loading mentions Retweet
Filed under  //   business   economia   Italia  

Comments [0]

Il fenomeno del discount marketing

Chissà cosa c'è veramente alla base del successo degli outlet. Dire il prezzo è scontato: secondo me la gran parte dei prodotti che si acquistano in questi centri è assolutamente futile ed inutile. L'idea di base, nella quale mi ci riconosco mio malgrado, è che l'acquirente che vede un prodotto particolarmente scontato, crede di aver fatto un affare acquistandolo, anche se poi in realtà non ne sentiva veramente la necessità. E' come se avesse più valore ed è più efficacia in comunicazione l'occasione che il prodotto stesso.

Allora mi chiedo cosa spinga orde di affamati acquirenti a partire in festa alla volta degli shopping fuori mano.

Non capisco se è una sana (si fa per dire) conseguenza di campagne di brand e prodotto particolarmente efficaci, o se è colpa della cultura odierna, costruita su calciatori e veline, l'epoca dell'apparire invece che dell'essere. Di sicuro viviamo in un mondo di consumismo sfrenato, dove il valore stesso della vita, la felicità, è legata al possedere ed non all'essere. 

Altrimenti non si spiega la brama di avere un prodotto di marca tanto da farci apparire occasione irrinunciabile uno sconto del 30% su un accessorio spesso assolutamente inutile. (senza contare che se ci mettiamo anche i costi di trasferta ed il tempo perso, non so nemmeno se si risparmi veramente!) O forse è un modo per scaricare lo stress, dando il via ad acquisti ossessivi-compulsivi, magari a rate! 

Un cosa è certa, il modello è di successo: lancio un prodotto, lo rendo inaccessibile e desiderabile ed successivamente lo svendo.

Chissà magari nel fashion è diventato il modello e già le campagne di marketing e le politiche di pricing sono organizzate in due fasi: una di brand forte, dove più che il prodotto promuovo la marca ed i valori di esclusività;l'altra orientata all'outlet ed al concetto di occasione. Un po' come i ciclici Liquida tutto che si vedevano anni fa nei grandi negozi di alcune città. E lo noto anche dagli allestimenti degli outlet stessi: prima erano veramente rimanenze di negozio, oggi si trovano le prime linee a pochi mesi dalla presentazione nelle lussuose vie del centro.

Anni fa avevo analizzato il caso di ventee-prive.com: il sito ha creato un comunity online chiusa, accessibile solo su invito, ed ha questo gruppo di utenti permetteva di comprare tipo outlet. Ora il modello è conosciuto, quindi sono certo di non raccontare nulla di nuovo, ma 3 anni fa circa quando lo ho sentito mi ha stupito: l'idea di esclusività legata alla community chiusta, ha permesso al sito francese di raggiungere in pochi mesi fatturati da record (all'epoca oltre i 200M!).

A lungo andare sono curioso di sapere come reagisce la percezione di marca. Nel mio piccolo vedo come tutte le grandi firme abbiamo i propri outlet, ma noto come i precursori di questa pratica (Gucci ad esempio) siano nel tempo diventati più di massa. La vedo al braccio di una persona nella quale non mi voglio identificare, ed ecco che identifico la marca con quel tipo di persona. Credo che l'idea dovesse essere quella di differenziare in base al modello/stagione, ma c'è un tale ricambio oggigiorno, che alla fine l'utente non percepisce quale è un modello nuovo, quale no: è un borsa di Gucci e basta.

Sarà interessante vedere nei prossimi anni come si comporteranno queste aziende.

Andrea Denaro
-------------------------------------
http://www.google.com/profiles/Andrea.Denaro

Sent by iPhone

Loading mentions Retweet
Filed under  //   advertising   brand   discount   economia   Italia   marketing   outlet  

Comments [0]

#FreeMediaVe - dalla rete sarà la prossima rivoluzione mondiale

Sentendo come Twitter e la rete portano la democrazia in giro per il mondo, ho fatto la seguente riflessione.

Ci sono diversi libri (come La ricchezza della Rete o il famoso The Long Tail) che raccontano come l'economia mondiale stia cambiando i propri modelli grazie all'avvento della rete. Lo spettro temporale che analizzano è piuttosto breve per fenomeni che a mio avviso sono semplicemente all'inizio, ma sicuramente danno una visione molto interessante di come stanno cambiando le cose.

Tuttavia il cambio che vivremo nei prossimi anni secondo me riguarderà il tessuto sociale nel suo insieme, andando ad impattare addirittura sugli equilibri mondiali nel medio termine.

 
Noi occidentali, noi del cosiddetto primo mondo ci godiamo la gran parte della ricchezza del mondo grazie alla cultura che abbiamo sviluppato nei secoli: è questo il vantaggio competitivo che ci ha resi benestanti ed agiati rispetto al resto del mondo.

Andando a ritroso nel tempo, i cicli del mondo sono stati correlati alla diffusione della cultura: nel medioevo, al tempo dei romani, a seguito dei primi sviluppi industriali chi deteneva la conoscenza, dominava il mondo.

Tutto questo ha creato un modello di sviluppo verticale: sistemi più o meno stagni all'interno dei quali i rispettivi abitanti interagiscono, mantenendo chiara la posizione dominante dell'uno o dell'altro. Sfruttiamo il resto del mondo grazie al fatto di essere più avanzati e ci guardiamo bene dal permettere agli altri paesi di sviluppare sistemi comparabili al nostro: facciamo l'elemosina, ma non andiamo oltre: ci fa comodo che l'Africa sia povera e la Cina economica, permettendoci di girare in Suv.

Addirittura anche all'interno della stessa nostra civiltà ci sono dei gruppi che vivono meglio di altri e che sono avvantaggiati e chiusi rispetto ad altri gruppi (si pensi ad un bambino nato in periferia a Napoli rispetto ad uno nato nella Milano bene ed alle rispettive possibilità di vivere una vita serena ed agiata, di imparare una professione di successo, di avere un buon livello culturale)

Un africano che volesse cambiare questo modello, non lo può fare perché per quanto possa sforzarsi la società in cui vive è così arretrata (sotto ogni punto di vista: si pensi solo ai diritti delle donne, o alle tecniche agricole) che da solo non può fare nulla. Più che altro spesso non immagina neanche che esista un modello diverso dal suo; o meglio lo immagina, ma non sa da dove cominciare.

Ma la Rete oggi cambia drasticamente lo scenario:

1. tutta la conoscenza del mondo è a portata di click

2. la rete unisce e permette di collaborare, facilità il lavoro

In pratica l'africano di cui sopra oggi può documentarsi, imparare, sperimentare... E così il vicino di casa. In questo modo può scoprire che esistono modelli di democrazia diversi, esistono paesi dove le donne hanno i medesimi diritti dell'uomo, esistono modi di coltivare e sfruttare il terreno, di conservare il cibo... Insomma le migliaia di anni che ci hanno reso superiori, sono improvvisamente alla portata di tutti.

Certo, è facile obiettare che l'africano non solo non ha il computer, non ha neanche la luce e forse non sa neanche leggere. Ma è solo una questione di tempo prima che si sviluppino dei focolai di civiltà avanzata, che a quel punto avranno tutte le armi per diffondersi a macchia d'olio.

Così succederà presto (20, 30... 50 anni?) che quello che era un modello verticale a zone stagne, diventa improvvisamente un modello orizzontale dove noi tutti abbiamo le stesse possibilità e risorse a disposizione, un modello dove forse un cinese si chiederà perché deve lavorare ad un dollaro all'ora se il suo omologo italiano ne guadagna 20 o dove un africano deciderà di sfruttare in autonomia le ricchezze che la sua terra gli offre, facendocele pagare a caro prezzo.

E allora che succederà? Probabilmente gli equilibri mondiali saranno drasticamente riordinati e riequilibrati e noi (soprattutto in Europa) perderemo quel vantaggio che oggigiorno abbiamo (e che forse non ci meritiamo).

 

UPDATE 1 settembre 2009

Ho trovato un interessante video che riprende il tema ed anche un bel post di We are Solcial

 

Loading mentions Retweet
Filed under  //   economia   internet   pensieri  

Comments [0]

Bella scoperta: Big Ad Spenders Get the Most Buzz

Leggevo il post di Adage  che relaziona la quantità di buzz con gli investimenti pubblicitari. Oggi ho visto diverse persone parlarne come uan sorta di rivincita contro gli eretici evangelisti di social media, buzz etc.. 


Mi vengono in mente una serie di riflessioni:

1. bisognerebbe capire la durata nel tempo di quel tipo di conversazioni: mi aspetto che prodotti/campagne in grado di rimanere nel tempo, abbiamo magari un partenza lenta, ma più solida, mentre mode passeggere esplodono in un lampo e poi muoiono.

2. sarebbe da approfondire, in linea con quanto detto, cosa si intende per buzz: un post di 10 pagine letto da 1000 persone vale lo stesso di un post di due righe letto da 10? Me lo chiedo anche perché probabilmente va considerato che i big spender pagano agenzie di digital PR per parlare di loro.

3. da manager sarei molto interessato al ritorno sull'investimento di ogni singolo euro speso, piuttosto che ad una gara al massacro (nel senso di budget infiniti)

4. bello il commento di tale schollnick:

Spend more money on advertising? Increase your sales? Brilliant!




Big Spenders Get the Most Buzz
BrandIndex: LG, Ford Advertising Has Consumers Talking




Loading mentions Retweet
Filed under  //   advertising   buzz   dnsee   economia  

Comments [0]

Italia e Venture Capitalist

Rispondo brevemente ad un posto di Michele http://micheleficara.com/blog/2009/07/27/timidi-venture-capit/ in relazione ai VC Italiani.


Premesso che è un mondo che sto per affrontare (quello dei VC) con la Start Up americana di cui sono uno dei fondatori ( ProntoPayment.com ), non posso certo dire di essere un esperto. Tuttavia dopo 9 anni di lavoro che mi ha permesso di conoscere praticamente tutti i settori dell'economia (utility, financial, oil, media, etc...), credo di essermi fatto una idea piuttosto chiara.

I Venture Capital in Italia non possono esistere. Ecco perché:

1. In Italia non esistono i Capitalist o meglio ci sono ma sono molto pochi. L'ossatura del paese è fatta di piccole imprese, che hanno piccoli capitali per un piccolo mercato. Discorso lungo e complesso (mancano infrastrutture, manca cultura, manca, manca, manca...), ma di fatto non esistono i capitalisti.

2. In Italia non esistono i Venture nel senso che in Italia non si rischia: si fanno contratti a colpo sicuro. Gran parte degli investitori investe in qualcosa solo se e quando non ha rischio.

3. In Italia non esiste il mercato nel senso che il mercato non è libero, ma determinato da lobby e potentati, ovvero una grande barriera all'ingresso per nuove iniziative.

4. In Italia non esiste il mercato (bis) ovvero il mercato italiano è un mercato numericamente piccolo (pochi soldi) e la cultura nostrana (moglie e buoi dei paesi tuoi) molto provinciale. L'americano pensa globale, l'italiano pensa al massimo regionale. Difficile che si parli un inglese corretto, rarissimo che si pensi a spostarsi, grande pigrizia.

5. L'Italia è il paese dei furbi pochissimo sforzo per il massimo risultato.

Ora non vale per tutti, ovviamente, ma visto che siamo un paese alla fine piccolino, è chiaro che quei pochi che emergerebbero, o vanno all'estero o fanno gli avvocati (o fondano la dnsee :-)) 

Senza quindi dilungarmi sul perché e percome, vedo praticamente impossibile lo sviluppo di Venture realmente tali. L'unica iniziativa degna di nota che abbia mai sentito, quella di Telecom (http://www.workingcapital.telecomitalia.it/) mi lascia moooooolto perplesso: per i toni, per quanto suddetto, per gli attori in gioco, per quanto ho sentito alle conferenze, etc...

Ciò detto però bisogna anche dire che esiste un tipo di figura che comunque è necessaria alla nascita di una impresa, e che in qualche modo svolge il ruolo di venture: si tratta di tutti quei signori, più o meno dotati di capitali, che però svolgono un lavoro di lobby che in Italia va oltre la semplice relazione, ma diventa il vero e proprio motore in grado fare crescita un impresa.


Loading mentions Retweet
Filed under  //   economia   Italia   venture capital  

Comments [0]