piccolo regalo a PosteItaliane per migliorare il servizio di raccomandate #fail

Ammetto di essere molto pigro: non mi piace andare a fare la fila alla posta. Già ho poco tempo e l'idea che per colpa di un postino !#!!X$&!# più pigro di me, che non si spreca a citofonarmi per la consegna delle raccomandate, io poi devo andare a perdere un'ora del mio prezioso tempo a recuperarle, mi manda fuori di testa.

Prezioso tempo? Si, prezioso! Perché potrei passarlo a fare qualcosa di decisamente più utile al lavoro, piuttosto che con i miei figli o anche solo a leggere il giornale. Comunque meglio che davanti ad uno sportello postale.
  

Già che sono andato, ho semplicemente chiesto: signorina per cortesia, mi può controllare se ho altre buste in attesa?

Non vi dico le risate che si è fatta.

A dir suo avrebbe dovuto scartabellare a mano la posta dell'ultimo mese di tutta la centrale.

Ridicolo? Secondo me... tragico.

Ma visto che sono una persona positiva, ho deciso di scrivere questo piccolo post per cercare di migliorare la mia vita, quella dell'allegra signorina e l'efficienza di Poste Italiane. 

Ovviamente si tratta di una invenzione rivoluzionaria che solamente una mente geniale come la mia avrebbe potuto immaginare e che, naturalmente, mi è costata decine di notti insonne.

SUSPANCE….

D'ora in poi fornite ai vostri addetti la possibilità di….

cercare per nome sulle raccomandate in giacenza.

UHAHUUU 

Applausi! 

Grazie, grazie, grazie!

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è finita l'epoca dei social media ed è iniziato il FBweb?

L'annuncio di Open Graph è abbastanza importante. C'è chi dice che addirittura rivoluziona il web.

Effettivamente è interessante per due punti non banali:

a. il numero di utenti di FB che secondo comScore sarebbe oltre i 500 milioni. Ora non ho idea di quanti esattamente siano gli utenti web attivi al mondo, ma credo che siamo una buona maggioranza

b. uscire da dominio FB ed offrire gli stessi servizi durante tutta la navigazione (e magari tutta la giornata).

Ovvero un po' come Google è il contenuti, nel web di oggi FB è l'utente. Sono due mondi, due standard, che si parlano e che rendono essi stessi possibile l'esistenza del web di oggi, o forse di domani. Già perché se per Google è evidente (immaginare di navigare senza Google? Io mi sentirei spaesato…), per FB lo diventerà presto. 

É solo una questione di numeri e di tempo: se sul sito della CNN vedrò le medesime funzioni che vedo dentro FB, avrò la possibilità di interagire con i miei amici, di taggarli, etc. etc.. ben presto si svilupperanno. A questo punto probabilmente ci abitueremo ad usare delle funzionalità social in ogni momento e l'experience della navigazione  cambierà.

Perché proprio FB e non Twitter o altri? Semplicemente perché nessun altro network contiene 500 milioni di utenti. 

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Io non investirei nella Fiat, ovvero quanto è vecchia l'industria

Oggi il Corriere dedica l'apertura al riassetto della Fiat. Che sposterà parte della produzione in Italia.

Bhè, una buona notizia, no?

Vero.

Il bello viene dopo, sulla numerologia a bordo pagina:

- oltre 100 miliardi di euro di fatturato. "Ottimo" penso io. 
- poche aziende al mondo fatturano così tanto. Vero.
- addirittura la MIcrosoft fattura poco più della metà.  Ma che c'azzecca la Microsoft? Bho, però è vero.
- 5 miliardi di utili alla fine del piano (2014). Lordi o netti?

5 Miliardi di utile alla fine del piano?! Ovvero 5 miliardi di utile (promessi, ovvero tutti da dimostrare) dopo aver fatturato 500 miliardi !? Ovvero un profitto dell'1%!!!

Io non penso che ci sia da essere così fieri: poco furbo il giornalista del Corriere a paragonare la Microsoft alla Fiat, con tono da rivincita, quando MS solo con gli utili di cui non sa che farsene se ne compra 4 di Fiat; ma soprattutto segno di come i tempi cambiano.

Cambiano perché l'industria è improvvisamente diventata un vecchio di fare impresa. Ora la Fiat probabilmente non sarà l'azienda più efficiente al mondo, ma che senso ha spendere 495 miliardi di euro per guadagnarne 5? É un modo pazzesco per bruciare denaro. E pensare sudore poi quanto è costato, ai clienti che hanno comprato le macchine, tutto quel denaro.

A cosa serve? Praticamente a pagare lo stipendio degli operai ed i debiti della Fiat. Non crea valore, distribuisce (inefficientemente) denaro

Dall'altra parte vedi invece una azienda come Google che fattura un quarto e fa 4 volte quelli utili in un solo anno. Ok, è Google; è il leader, il top, il migliore. Ma prima di arrivare a Google esistono tanti modi più furbi di investire i soldi.

Tutto questo quindi non per dire che i manager della Fiat sono più o meno capaci, ma è per dire che il modello ad essere ormai invecchiato. 

La manodopera, che piaccia o no, deve essere localizzata dove conviene al sistema nel suo intero, dove è più efficiente, dove magari può generare quello sviluppo che in Italia è stato durante il dopoguerra.

E che al mondo esistono beni per i quali l'utente è disposto a pagare sempre meno e/o sono sempre di minor interesse. In Italia l'auto è ancora vista come uno status symbol, mentre in decine di città del mondo (che funzionano) l'auto è solo un mezzo, ingombrante, inquinante e poco pratico, di trasporto.  

Tutto questo avrà nei prossimi anni un effetto dirompente sull'economia mondiale perché le nuove tecnologie stanno cambiando le nostre abitudini di vita.

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Lo strapotere della Apple si vede anche dalle piccole cose

Guardate la toolbar di Mashbal, secondo me "Il Blog" sui social media. Tra le varie categorie e temi generali nel menù principale, ci sono ben due voci made in Cupertino (ovviamente l'ultima, Jobs, non è certo riferito a Steve!).


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in risposta a Massimo Sideri (Corriere) ed il suo puzzle del web

Oggi leggo un editoriale interessante sul Corriere, dal titolo la rete sta diventando un puzzle e l'iPad ti mostra solo alcuni pezzi. Sideri parla di uno scontro tra due grandi mondi: orizzontale (e tutto gratis) di Google; verticale e chiuso quello della Apple, ovvero con l'iPad ci fai solo quello che Apple dice. Causa, secondo Sideri, i soldi.

Vi invito a leggerlo (in edicola però perché purtroppo on line non lo riesco a trovare!)

Secondo me il tema è più profondo. Dopo un periodo molto frammentato, orizzontale, di tanti piccoli operatori, si sono affermati degli universi (vedi Facebook) in grado di fare quello da sempre gli editori online sognavano, ovvero quello di chiudere l'utente all'interno del proprio indirizzo: talmente grande infatti è l'offerta, che l'utente trova tutto quello che gli serve.

Allora più che di soldi, parlerei di maturità: della rete, dei servizi, degli utenti. Che è una cosa ben diversa.  E tutto questo è possibile perché oggi non è l'utente ad integrare quello che la rete gli offre (pensiamo solo a 5 anni fa quando usavamo due o tre motori di ricerca per essere certi di trovare tutti i risultati), ma è la Rete stessa talmente integrata che oggi non importa più da quale finestra ti affacci: comunque riesci a vedere tutto il mondo.

Forse l'autore non lo sa, ma se anche la Apple vieta porno e gambling per iPhone, esistono dei siti che sono perfettamente ottimizzati (quindi non applicazioni da Apple store) per funzionare sul Melafonino. E la Apple lo sa.  

Ed è per questo che Sideri secondo me sottovaluta l'abitudine dell'utente. É l'utente infatti che sceglie di chiudersi in Facebook, un domani nell'iPad (tutto da dimostrare peraltro), ma lo fa nella consapevolezza di non perdersi niente. 

Finisco con il dire che il kindle, gentile Massimo, è l'esempio sbagliato. Il Kindle non è un coltello, che ci tagli quello che vuoi; il Kindle è un rasoio elettrico per spuntare i peli del naso, ovvero ci fai solo esclusivamente quello. Ma meglio di così non lo puoi fare!

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perché essere d'accordo sul caro benzina? ve lo spiego io

Come al solito quando si pensa al caro benzina partono (condivisibili) antipatie verso le compagnie petrolifere, accusate di voler fare profitti oltre ogni limite e sulle spalle della povera gente. Compagnie che, peraltro, sono anche oggetto di pesanti attacchi ecologisti: considerate il peggio del peggio insomma. 

Poi però leggi cose che già sai e cioè che in realtà in Italia esiste un solo grande benzinaio, ed è lo Stato, che ogni anno incassa decine di miliardi di euro alle nostre spalle.  E più che alle faccia delle petrolifere, direi alla faccia dei poveri (bhè, non tutti poveri) benzinai d'Italia.

Direi quindi che siamo davanti al perfetto caso di rivolta popolare, di ingiustizia. Anche perché non solo questi soldi finiscono nella casse dello Stato, impennando, e non di poco, il carico fiscale che grava su ognuno di noi (c'è chi dice che con le imposte indirette, tipo questa, arriviamo al 70% del reddito annuo), ma per di più vanno a finanziare una Cosa Pubblica piena di sprechi, inefficienze e nefandezze varie.

Però è proprio in contesti come questi, che gli schemi vengono rotti e si inventano soluzioni innovative, rivoluzionarie. Allora escono nuove auto che consumano meno (inquinano meno); si pensano a fonti energetiche alternative (oltre all'inquinamento, mettono in moto anche l'industria creando nuovi posti di lavoro); si usano di più i mezzi pubblici, etc…

O se prima si usava la macchina anche per andare al bagno, adesso si fa una bella passeggiata. E quindi si liberano le strade, migliora l'aria e migliora la nostra vita. 

Tutto questo per dire che spesso siamo così abituati a dare per scontato qualcosa (un modello di comportamento), da non riuscire a vedere un mondo diverso. Alle volte quindi ci sono situazioni negative che servono però a farci aprire gli occhi.

Insomma, io dico sempre: se guardi bene una spina, magari ti accorgi che da qualche parte di porta alla sua rosa.    

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Caro @lucadebiase, giornali on line a pagamento? io non ci credo

Vorrei indirizzare queste due righe al bravissimo Luca De Biase, sul cui blog leggo spesso disperati articoli sul modello di business per l'editoria online. Dico disperati perché, più o meno velatamente, mi sembra che anche Luca lasci trasparire un certo terrore che i giornalisti soffrono, soprattutto quelli che sul e nel web hanno costruito la propria fama: di non riuscire a dimostrare che anche l'editoria elettronica rende.

Luca non è certo l'unico ed infatti l'occasione per parlarne nasce a seguito dell'articolo di Marco Pratellesi sul Corriere, Siamo disposti a pagare per le news online?

Io credo di no. 

Le ragioni che mi spingono ad essere assolutamente scettico sono tante e molto differenti tra loro.

L'editoria così come la conosciamo oggi è un modello di business vecchio centinaia di anni: una redazione che scrive e dei lettori che pagano per leggere gli articoli. Il Web, al contrario, è un contesto assolutamente nuovo: cambia il pubblico, cambiano i tempi, come cambia completamente la modalità di fruizione del contenuto (user experience). Pensare di replicare un modello di business vecchio, in uno scenario nuovo, può rivelarsi fatale.

Non bisogna essere geni dell'economia per dimostrarlo, basta guardarsi indietro e analizzare la storia della televisione. 

Nel 1954 la Rai incominciò le sue trasmissioni. Era una TV pubblica, cui i cittadini pagavano il canone perché considerato di pubblica utilità. Attenzione, non è banale: era un servizio non autosufficiente, ma la società lo riteneva così utile da pagare per averlo, ovvero gli spettatori pagavano gli autori. Era il classico modello editoriale. E sembrava non poter essere diversamente perché, un po' come l'Internet di oggi, era assolutamente antieconomico produrre e diffondere contenuti, tanto che i primi editori privati di un certo spessore, arrivarono circa 20 anni dopo. 

In altri termini  quindi, ci vollero 20 anni dalla prima trasmissione perché si creasse uno scenario sociale ed economico in grado di permettere agli editori di vendere la pubblicità e quindi offrire il servizio gratuitamente ai telespettatori. Insomma, ci vollero 20 anni per pensare e realizzare un modello di business sostenibile. Peraltro il modello televisivo ha molti meno attori in gioco rispetto al web e soprattutto nell'arco degli ultimi 50 anni è cambiato molto poco; il web al contrario negli ultimi 10 anni (su 15 di maturità!) ha cambiato pelle, ed equilibri, più volte.

Quindi credo che dobbiamo dare tempo al tempo e che sia forse presto per aspettarsi una soluzione.  

Non dimentichiamo inoltre di vivere in un periodo storico che vede la stampa nel suo insieme essere in crisi. I giornali di oggi vendono solo tramite gli allegati, lo sanno bene gli addetti ai lavori: chi compra Panorama o l'Espresso ormai compra un film che in regalo ti da il giornale e non certo il contrario! Se poi ci aggiungi che leggere un giornale cartaceo, tenerlo in mano, magari al bar, ha un ché di mitico e tradizionale al tempo stesso, come si può pensare che un lettore sia disposto a pagare online, quello che non è disposto a pagare offline?

Il concetto della user experience è qualcosa che i miei amici editori dovrebbero tenere molto più a mente, sotto tanti punti di vista. La Apple ha insegnato al mondo intero che il web può essere amico della musica, perché ha costruito una experience complessiva appagante e vantaggiosa per l'utente. La musica gratis si trova online oggi come si trovata anni fa, eppure iTunes vende miliardi di canzoni.

L'utente è disposto a pagare quando riconosce nelle cose un certo valore: secondo me quindi il valore, vuoi per l'esperienza legata alla fruizione del contenuto, vuoi per i contenuti stessi, oggi non è così evidente. Ma soprattutto non lo è perché sul web è tutto diverso: è più attendibile una nota politica di Franco sul Corriere o un articolo irriverente su Dagospia? Bella domanda… Quello che offline è infungibile, online è velocemente sostituibile.

Criticare è facile, lo ammetto; mi azzardo allora sull'infido terreno delle previsioni, ma lo faccio in maniera molto sintetica:

a. a tendere è il modello endemol a funzionare. Ovvero produttori di contenuti verticali da un lato, distributori/aggregatori di contenuti dall'altro.

b. miglioramento dell'efficenza dell'ADV online darà respiro ai grandi editori

c. si potranno costruire revenues se basate sui servizi, non solo sui contenuti

In particolare la chiave di volta è sull'ultimo punto. Credo infatti che il valore per l'utente sarà molto più evidente quando iniziamo a ragionare su device innovativi (forse l'ipad) in grado di regalare all'utente una chiara percezione del valore di quello che compra (sempre che questo valore sia ritenuto congruo dall'utente: 45 euro l'anno per abbonarsi al Corriere per iphone mi sembra una follia!). 

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dopo la gara a chi ha più APPS, faremo a chi ha più AppStores!

Le solite bolle. Ormai nascono come i funghi. (Ma d'altronde che fare, non esserci?)

Una breve lista degli appstore esistenti:

1. Apple
2. Android
3. BalckBerry
4. Samsung (mobile)
5. Samsung (TV)
6. Nintendo
7. Sony (PS)
8. Symbian (Ovi)
9. Ford
11. Cubovision
13. Xbox
14. ...

Vabbè, sono talmente tanti che mi sono già stufato! Ecco qualche reference che può essere d'aiuto:

a. http://appstorelist.com/ un blog dedicato per sviluppatori
b. Wikipedia 
c. Wired

Passino le console, ragioniamo sui telefoni, ma non sarebbe il caso di trovare per gli altri una sorta di standard? Ad esempio per tutte le TV, per le macchine, etc… Non credo che comprerò mai una macchina perché ha una applicazione invece di un'altra, viceversa sarò sicuramente disposto a pagare una bella applicazione. 

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Chatroulette, il pericolo che incombe sulle nostre misere vite

Avete mai provato Chatroulette.comÉ inventato da un russo e come tutte le cose rivoluzionarie è di una banalità estrema! Basta avere una webcam per essere connessi, in maniera assolutamente casuale, con un'altra persona in giro per il mondo in quel preciso momento on line. 

Ci sono solo 3 funzioni: next (webcam), report (per gli abusi), pausa.

In America sta diventando un vero e proprio fenomeno, scalando velocemente la classifica dei siti più visti. E fenomeni di costume stanno diventando anche i personaggi, assolutamente anonimi, più buffi (ecco due gallerie di foto 1 2).

Il paradigma dietro a questo sito è eccezionale: sfrutta al meglio il concetto di crowd (tipo youtube), ma in real time. Lo stesso Chatroulette usa il termine gioco, partita (game) per iniziare una chat.

Devo dire che mi ha colpito, perché rappresenta nello stesso momento i principali concetti propri del web 2.0: 

a. uno pensa che oggigiorno si sono inventati tutto, ma Chatroulette è la perfetta dimostrazione che non è così

b. è l'esempio perfetto delle caratteristiche necessarie ad un progetto di successo per una piccola o grande rivoluzione: è molto molto semplice, super interattivo e completamente sociale. 

c. è la massima espressione, portata probabilmente all'estremo, della socialità ai tempi del web 2.0 e della snack culture

d. è il primo grande esempio di Real Time Video, è il nuovo Youtube 03.0 

e. E Youtube lo supera anche in termini di intrattenimento: non è un sito da vedere, è un servizio da giocare, con il quale interagire. Che faccio ora? Mi sparo un'oretta di chatroulette!  

Al di là della marea di esibizionisti con gli attributi in bella mostra (tutti maschi ahimè!!!) Chatroulette è anche il segno dei tempi che cambiano: i frequentatori sono tutti molto giovani, mentre io non nascondo una certa timidezza nel fare la prima chat. 

Ma è ovvio, perché ancora ho un approccio da spettatore, mentre su Charoulette gli spettatori non esistono, esistono solo i giocatori. In realtà fatta la prima, la seconda è più facile, ma la cosa che mi stupisce è vedere i giovanissimi che hanno invece un approccio molto più aperto ed estroverso di quanto non riesca ad avere io, vecchio 33enne! Mi chiedo allora se è un mio limite, o se sono esagerati loro.

É il popolo di Facebook che ha sempre più voglia di parlare, di relazionarsi. Davanti ad un computer invece che in mezzo alla gente reale  critica ovviamente qualcuno. Più che criticare, io mi chiedo perché; perché non chiamare un amico e parlare così come si parla davanti ad una webcam? Ma qui in realtà la virtualità è molto meno virtuale, ed è forse per questo che piace così tanto: gli strumenti moderni, ma persone vere che parlano veramente, davanti al video.

Credo sia onestamente presto per dire se è un bene o un male. É diverso dalla nostra concezione di socialità, ma non è detto che sia un male.  

Sono comunque convinto che di questo sito ne sentiremo presto parlarne perché le applicazioni e derivazioni che ne nasceranno saranno veramente tantissime.


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ipad e tablet, nuova vita per gli editori (e per le digital agency)

Qualche giorno fa scrivevo su quanto è complesso un progetto di interaction design fatto bene. Dopo aver visto il video di Wired, che trovate prima di questo post, sono sempre più convinto che si apre una nuova era.

Gli editori hanno paura: fanno bene! Fino ad oggi il loro mercato era ben protetto da complicate (e clientelari forse) barriere all'entrata. Grandi barriere = poca concorrenza. 
Insomma se fossi un editore anche io sarei molto ansioso: preoccupato? No. Emozionato!

Da domani avranno la grandissima opportunità di produrre un nuovo mondo di contenuti, un nuovo modo di fruire i loro e, soprattutto, nuova linfa per il loro mercato pubblicitario che da qualche anno è in caduta libera. [Credo che sia molto simile a quello che è successo alla Nintendo nel mondo del gaming: inventando un nuovo modo di giocare, più intuitivo (un'experience più appagante per tanti) ha aperto mercato sottovalutati dai competitors (bambini ed adulti). Allo stesso modo i tablet tipo iPad porteranno definitivamente il digital lontano dal concetto di nicchia di mercato].

Certo sarà un mercato nuovo, ma molto sfidante.

Il video di wired è solo l'inizio; chissà quante cose ci inventeremo domani. 

P.s. Ed in fondo emozionato lo sono anche io. Non solo perché ho la fortuna di collaborare con i grandi editori di cui sopra, ma soprattutto per tutto quello che dnsee potrà fare. In particolare sono convinto che a beneficiarne sarà la pubblicità e quindi gli investimenti. Oggi competenze per produrre prodotti come quello che abbiamo visto nel video di Wired le hanno solo poche realtà in Italia; e fortunatamente noi siamo una di queste. 

Andrea Denaro

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