Andrea Denaro

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ipad e tablet, nuova vita per gli editori (e per le digital agency)

Qualche giorno fa scrivevo su quanto è complesso un progetto di interaction design fatto bene. Dopo aver visto il video di Wired, che trovate prima di questo post, sono sempre più convinto che si apre una nuova era.

Gli editori hanno paura: fanno bene! Fino ad oggi il loro mercato era ben protetto da complicate (e clientelari forse) barriere all'entrata. Grandi barriere = poca concorrenza. 
Insomma se fossi un editore anche io sarei molto ansioso: preoccupato? No. Emozionato!

Da domani avranno la grandissima opportunità di produrre un nuovo mondo di contenuti, un nuovo modo di fruire i loro e, soprattutto, nuova linfa per il loro mercato pubblicitario che da qualche anno è in caduta libera. [Credo che sia molto simile a quello che è successo alla Nintendo nel mondo del gaming: inventando un nuovo modo di giocare, più intuitivo (un'experience più appagante per tanti) ha aperto mercato sottovalutati dai competitors (bambini ed adulti). Allo stesso modo i tablet tipo iPad porteranno definitivamente il digital lontano dal concetto di nicchia di mercato].

Certo sarà un mercato nuovo, ma molto sfidante.

Il video di wired è solo l'inizio; chissà quante cose ci inventeremo domani. 

P.s. Ed in fondo emozionato lo sono anche io. Non solo perché ho la fortuna di collaborare con i grandi editori di cui sopra, ma soprattutto per tutto quello che dnsee potrà fare. In particolare sono convinto che a beneficiarne sarà la pubblicità e quindi gli investimenti. Oggi competenze per produrre prodotti come quello che abbiamo visto nel video di Wired le hanno solo poche realtà in Italia; e fortunatamente noi siamo una di queste. 

Andrea Denaro

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The Wired Tablet App: A Video Demonstration

Veramente interessante. E siamo solo all'inizio!

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(la 2° del paio) Branding 2.0 per il no profit

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Un paio di presentazioni interessanti

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la vera forza dell'interaction design

Nelle agenzie c'è un copy e c'è un art. Nel digital non basta. 

Basta dare un occhio alla magia di questo sito http://www.uniqlo.com/utunes/

Ci vuole tutto lo spirito creativo di una coppia, ma poi ci vuole l'intuizione di un tecnico, di un sound designer, etc. etc. etc.

Negli spot mettiamo fotografi, truccatori, montatori, etc.. etc… e sono solo video! Il digital può essere un'experience 100 volte più coinvolgente, eppure alle volte ci si chiede di fare campagne banner e minisiti al chilo.

 Ecco, questa è la dimostrazione di quanto poco riescono a guardare avanti tanti marketing manager.

A

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Il manifesto del Digital Planner

Bella l'idea di Roberto Venturini, di definire una volta per tutte il ruolo del Digital Planner.

Peccato però che è ancora molto legato al concetto di agenzia di comunicazione, perché Internet ed il digital sono ancora voci di marketing nelle aziende, e non linee di business.

Le agenzie invece, giustamente, fanno comunicazione. Il digital planner, secondo me, non deve fare comunicazione, deve usare la comunicazione; come poi deve usare la tecnologia. 

E li deve usare per sviluppare il business.


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McGarryBowen Is Ad Age's Agency of the Year by AdAge

I found this article on AdAge; it follows my believes: nowaday ad agencies must act as consultants, more than just creatives: creativity, like technology, are just commodities that you can buy, whenever you need, from the most convenient supplier (please read: http://www.andreadenaro.com/rethinking-agencies-business-model for more details).

And McGarryBowen shows how taking care of our client is the most important activity for any account.

Here in dnsee we use to say to our accounts: you client must call you for any need; also if a nail on the road punctured his car tyre the first person he tries to call must be you!

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Murdoch, Gates, Google ed il futuro dei media.

Scrivevo oggi su Twitter: Prima facevamo gara ad essere nei motori, ora i motori devono pagare... Caspita, si aprono degli scenari non banali! http://ow.ly/EPdR

Effettivamente i risvolti di una operazione di questo tipo non sono banali neanche per sogno. Ricordate qualche anno fa la guerra dei provider? Si lamentavano perché tutto il profitto dei servizi derivanti dalla banda larga (2.0, video, P2P, etc…), fosse in mano agli editori, mentre erano loro ad aver fatto investimenti milionari stendendo i cavi per le strade.

Era una guerra tra poveri (si fa per dire!), perché in realtà mentre i due litigavano, c'era un terzo che godeva: Google.

Oggi esiste un modello per il quale ci sono degli operatori orizzontali e degli operatori verticali. Volendo semplificare ci sono tre livelli: i provider di connessione, i motori, gli editori.

(download)

I provider sono pochi, hanno investimenti pesanti e margini sempre minori; gli editori hanno sempre più concorrenza e costi in crescita; i motori… bhe esiste UN motore di ricerca oggi che praticamente non ha concorrenza e che fa un mucchio di soldi; anzi è l'unico, su Internet, a fare veramente tanti soldi. Non solo in termini assoluti, ma soprattutto in termini di ritorno sull'investimento.

Oggi Google controlla internet. Oggi l'advertising è basato su Google e tutti puntiamo su questa azienda se dobbiamo pensare al futuro. Eppure Murdoch apre la scena ad un nuovo schema, uno schema dove potenzialmente il profitto torna sull'editore a discapito dell'intermediario. (Tra l'altro e' un trend avviato in praticamente tutti i mercati quello di ridurre gli intermediari).

E' una bella sfida, che apre scenari interessanti, rafforzando i grandi editori, i grandi centri media, soprattutto la comunicazione più tradizionale.

Ed il nuovo che avanza? Bhe io non sono particolarmente contento della posizione dominante di Google. O meglio, ne sono un felice utilizzatore, ma sono anche spaventato dal potere sempre maggiore che questa azienda sta acquisendo: fare da Virglio per la maggior parte dell'informazione e comunicazione mondiale, ha un ché di agghiacciante!

Ovviamente tutti stanno cercando un modello sostenibile per l'editoria on line. Secondo me il risultato sarà a tendere una sorta di revenues sharing tra editori e search tale per cui Google avrà qualche zero in meno e gli editori potranno continuare ad offrire un modello economico basato sul gratis (ai quotidiani on line a pagamento ci credo molto poco!)

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Rupert Murdoch ed il futuro dei media

Vedo oggi questo video che non è affatto male: Murdoch parla del futuro dei media.

Dice che potrebbe levare i suoi siti da Google, il ché non è del tutto folle, dato che loro, come un parassita (o uno strozzino), ci guadagnano un sacco di soldi con i contenuti che tanti bravi editori mettono online.

Ma la cosa più buffa è questa:

“There are no websites, news websites or blog sites anywhere in the world today making any serious money. Some maybe break even, or make a couple of million".

E' vero: effettivamente non ci sono grandi gruppi che fanno soldi pubblicando contenuti su internet. E' vero anche che esistono ottimi contenuti anche free, ma che comunque la qualità di alcune grande testate è indiscutible: firme importanti, reportage esclusivi, indagini costose, etc...

Tuttavia è incredibile che dopo 10 anni ancora non ci sia un vero modello economico che funziona. Anche se Murdoch può sembrare uno che semplicemente sta facendo di tutto per tenere in piedi il grosso del business, ha ragione nel dire che non ci sono operatori che fanno soldi. O almeno non ne fanno abbastanza.

La riflessione è interessante: l'autore di Mashable si lamenta perché pensa che dovremmo essere noi a mettere questi soldi che mancano, permettendo ai vari Murdoch del caso di fare tantissimi utili. Ma questo mi sa tanto di socialismo (perché in fondo Internet è di sinistra) e poco di realtà: le persone non si nutrono di belle intenzioni; in senso più generale è la nostra società a non vivere sulle belle intenzioni.

La verità è che un modello economico equilibrato serve ed oggi gli attori in gioco sono così tanti che questo equilibrio è lontano.

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L'experience marketing della Apple contagia la Disney

Giorni fa già scrivevo di come  la comunicazione deve essere completamente legata all'esperienza dell'utente. Attenzione: non è che fino ad ora abbiamo sbagliato a fare affissioni, come non è certo vero che chi fa advertising tradizionale prova a rubare i soldi alle aziende! Semplicemente la comunicazione si sta evolvendo, sta cambiando. Sta cambiando perché è stata sfruttata fino all'osso. Sta cambiando perché sono cambiati gli strumenti, le abitudini, lo scenario nel suo insieme. E sta cambiando molto più velocmente di quello che pensiamo.

Oggi @TinHangLiu segnala che Steve Jobs ha convinto la Disney ha sfruttare le capacità del suo team retail per rinnovare drasticamente i negozi. Come si legge nell'articolo, la Disney ha già fatto tantissimo fino ad oggi, raddoppiando in circa dieci anni (crisi comprese) il fatturato del suo merchandising. Tuttavia non è più abbastanza. 

 “The world does not need another place to sell Disney merchandise — this only works if it’s an experience,” dice Jim Fielding, presidente di Disney Stores Worldwide. Il cliente deve essere coinvolto nella comunicazione, deve vivere un'esperienza di marca che vada profondamente ad incidere sulle sue emozioni e sul suo subconscio.

Effettivamente visitare lo store della Disney di NYC è stata una grande delusione; al contrario i parchi a tema sono stati emozionanti e mi hanno lasciato qualcosa nel cuore. E non per bellissime giostre (attenzione, file immense!!!), quanto per la gioia di mio figlio nell'abbracciare questo o quel personaggio.

Tutti quelli che fanno comunicazione devono imparare dalla Disney: è veramente il non plus ultra in termini di marketing! 

Le loro campagne di advertising sono i film e le televisioni; i parchi a tema servono a vivere l'experience; i loro (veri) prodotti il merchandising. Nessun componente di questa filiera è un costo, ma rappresenta di per sè un profitto.  Effettivamente c'era da stupirsi che sui negozi fossero rimasti così indietro.

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